Il riscaldamento non funziona: cosa fare se il condominio non provvede

Il riscaldamento non funziona: cosa fare se il condominio non provvede
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di | 04-02-2019 | Energia

Ritrovarsi con il riscaldamento che non funziona rappresenta un problema non da poco soprattutto quando la colonnina di mercurio raggiunge livelli piuttosto bassi (clicca qui se desideri ricevere qualche consiglio su come poter riscaldare la casa in inverno ma con un occhio al portafoglio). Per chi vive in una casa autonoma non resta che rivolgersi personalmente a un addetto che sia in grado di riparare all’eventuale guasto. Diversa è invece la situazione se si è residenti in un condominio con un impianto centralizzato (ecco qui di seguito le differenze principali tra un impianto autonomo e uno centralizzato): spesso gli amministratori non hanno la possibilità di muoversi perché in cassa manca la liquidità sufficiente e i tempi inevitabilmente si allungano.

La Corte di Cassazione in una recente sentenza spiega però cosa fare in questi casi.

Sommario

Il riscaldamento non funziona – Un problema da risolvere in modo tempestivo

Rientrare in casa quando la temperatura esterna diventa rigida non può che generare una sensazione di sollievo. In molti, infatti, non vedono l’ora di assaporare il tepore che può essere ottenuto attraverso il riscaldamento. I modi utilizzati per rendere l’ambiente più confortevole sono diversi: dai caloriferi, certamente il sistema più diffuso soprattutto nelle abitazioni più piccole, al camino, dai sistemi installati a pavimento fino alle stufe a pellet.

Se la caldaia funziona ma i termosifoni non scaldano il problema non deve essere sottovalutato, ma anzi non si vede l’ora di correre ai ripari il prima possibile. A questo punto diventa inevitabile rivolgersi subito a un tecnico specializzato che possa capire quale sia l’origine del guasto. Questo modo di agire vale certamente per chi vive in una realtà di sua proprietà, mentre la situazione è ben diversa per chi abita  in condominio. Qui, infatti, se si è optato per un impianto di tipo centralizzato non è possibile muoversi in modo spontaneo per richiedere l’intervento di un addetto.

La prima mossa che si deve fare consiste nel prendere contatto con l’amministratore di condominio, la persona incaricata di risolvere eventuali disagi per i residenti. Non sempre però anche in questo caso lui può provvedere in tempi rapidi. È infatti necessario verificare che ci sia sufficiente disponibilità economica in cassa e verificare che anche gli altri condomini siano d’accordo con un’azione rapida. Se non si raggiunge il quorum in assemblea si resta con le mani legate e il malcontento inizia a crescere. In attesa che tutto si risolva, non resta che correre ai ripari con alcuni metodi più ortodossi come l’acquisto di piccole stufe portatili che possono essere utili soprattutto all’arrivo dei primi freddi o a primavera quando la pioggia rende alcune giornate ancora piuttosto fredde. Inevitabilmente ci si trova comunque a dover mettere mano al portafoglio e a sostenere una spesa che inizialmente non era stata messa in preventivo nel budget familiare.

Il ruolo strategico dell’amministratore di condominio

Un condomino dopo avere verificato che alcuni termosifoni sono freddi deve quindi, come detto, prendere contatto con l’amministratore per segnalare la situazione. Il problema può verificarsi solitamente soprattutto tra settembre e ottobre, periodo in cui ci si inizia a muovere in vista dell’autunno ormai prossimo in cui il riscaldamento centralizzato dovrà essere riattivato (attenzione, però, in questi casi ogni anno ci sono giorni specifici in cui procedere con l’accensione a seconda della zona geografica). A volte, però, il mancato utilizzo durante il periodo estivo può contribuire a danneggiare almeno parzialmente l’impianto.

Cosa fare quindi se ci si rende conto ormai troppo tardi del malfunzionamento? In caso di mancata disponibilità economica e senza l’appoggio dell’assemblea l’amministratore di condominio non ha la possibilità di muoversi in prima persona per rimediare.

Ogni dubbio su situazioni di questo tipo, che si verificano in modo tutt’altro che raro, è stato chiarito da una recente sentenza della Corte di Cassazione. I giudici della Suprema Corte hanno infatti sottolineato come sia possibile muoversi senza l’assenso dell’assemblea solo in casi di urgenza e necessità per la tutela delle parti comuni dell’edificio e non dei singoli appartamenti. Il disagio di solo un nucleo familiare non sembra rientrare quindi in questa categoria. Eventuali lamentele ripetute rivolte all’amministrazione in caso di mancato intervento si rivelano quindi pressoché inutili.

Dovere dell’amministratore, come indicato dal Codice Civile, è quello di occuparsi della manutenzione dei servizi, degli impianti e delle parti comuni dell’edificio. Si tratta di un aspetto fondamentale per far sì che ogni residente nel palazzo possa trarre beneficio.

Si può ricevere un indennizzo per il danno subito?

In attesa che la questione si risolvi, non resta quindi che agire con strumenti in grado di riscaldare la casa temporaneamente. Inevitabilmente, però, se si dovesse optare per una stufa elettrica questo non farà altro che lievitare i costi della bolletta della luce con buona pace del nostro portafoglio.

Non resta quindi che chiedersi se sarà possibile ottenere un risarcimento per le spese sostenute nel periodo. La risposta è comunque positiva, anche se questo ovviamente non servirà a ridurre i disagi. Anche in questo caso la questione è stata chiarita dalla Cassazione, secondo cui “il condominio è tenuto a rimborsare tutti i danni economici e non patrimoniali sopportati da chi, suo malgrado, è stato costretto a riscaldarsi con le stufe”.

Come viene calcolato l’importo? Gli aspetti da tenere presenti sono innanzitutto due: si deve tenere presente in primo luogo l’incremento sostenuto nella bolletta della luce reso necessario dall’utilizzo delle stufe; è poi previsto un rimborso per le quote condominiali addebitate per il riscaldamento, ma in realtà non utilizzato.

In alcuni casi c’è stato chi ha poi deciso di lasciare la casa per qualche giorno in attesa che il guasto potesse essere risolto e di rifugiarsi in albergo. Anche il conto dell’hotel sarà restituito.

E non è finita qui. L’inquilino ha infatti diritto compenso per i danni morali. Questo accade per una motivazione fondamentale: il riscaldamento è ritenuto un bene vitale per la salute. In questo caso è però difficile identificare una cifra ben precisa: spetterà perciò a un giudice prendere una decisione “in via equitativa”, ovvero prendendo in considerazione la specifica situazione e cercando di non infierire troppo sul palazzo, ma allo stesso tempo facendo in modo di salvaguardare gli interessi della persona lesa.

Tutto non potrà comunque avvenire se chi ha subito il disservizio non sarà in grado di dimostrare gli importi sostenuti, ma anche eventuali malattie contratte per il freddo patito.

 

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