Cos’è il Digital Divide e cosa fa il governo per ridurlo?

Cos’è il Digital Divide e cosa fa il governo per ridurlo?
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di | 20-10-2014 | Internet ADSL e Fibra, Leggi Norme Regole

La differenza nella dotazione di risorse iniziali influisce notevolmente sul futuro delle persone, favorendo chi ha un accesso privilegiato e aumentando la disuguaglianza sociale e la povertà. In una società sempre più informatizzata come quella attuale, l’accesso alle tecnologie informatiche sta diventando un fattore discrimninante. Il cosiddetto digital divide (divario digitale) consiste nel divario esistente tra gli individui che hanno accesso alle tecnologie informatiche e coloro che ne sono invece esclusi.

Nei paesi meno avanzati il digital divide dipende principalmente da fattori economici (mancanza dei mezzi economici necessari per acquisire un computer e una connessione ad Internet) e culturali (soggetti privi delle conoscenze necessarie per utilizzare un computer) e tale problema è stato già evidenziato nel secolo scorso da politici come Al Gore, che ha coniato il termine, e Colin Powell, che ha paragonato il digital divide all’apartheid, definendolo “apartheid digitale“.

Apparentemente il problema riguarda solo i paesi del terzo mondo ma in molti paesi avanzati, in cui tutti o quasi hanno la possibilità di acquistare un computer e sono in grado di usarlo, ci sono molte persone che non possono esercitare appieno i propri diritti a causa di difficoltà nell’accesso alla rete internet. Queste persone sono vittime di discriminazione, dal punto di vista dell’accesso all’informazione, lavorativo e personale.

L’Italia non è immune dal fenomeno del Digital Divide

Una parte della popolazione non ha accesso ad una connessione soddisfacente a causa di motivi “tecnologici” che rendono l’investimento in infrastutture poco conveniente nelle aree poco popolate, in cui gli investimenti necessari sono superiori rispetto ai ricavi ottenibili dagli operatori del settore. Nella maggior parte dei casi le zone non coperte dalla connessione veloce sono già “depresse” dal punto di visto economico e il digital divide potrebbe ulteriormente allargare le disuguaglianze, disincentivando le imprese ad investire in territori poco appetibili (al giorno d’oggi la rete internet ha un’importanza fondamentale nella gestione di un’azienda, si pensi al rapporto con clienti, fornitori, e pubblica amministrazione).

L’intervento pubblico nel settore, finora insufficiente, è stato vanificato dalle evoluzioni nel settore, che rendono le pagine web sempre più “pesanti”. Nel nostro paese il tema è stato ampiamente dibattuto e sono sorte alcune associazioni Anti Digital Divide; anche la politica si è interessata al tema e da più parti si auspica che il diritto all’accesso ad internet venga riconosciuto a tutti (si ricorda, a tal proposito, la proposta del giurista Stefano Rodotà: “Tutti hanno eguale diritto di accedere alla rete internet, in condizione di parità, con modalità tecnologicamente adeguate e che rimuovano ogni ostacolo di ordine economico e sociale”).

Recentemente la Commissione Europea ha reso noto i risultati del rapporto sul mercato delle telecomunicazioni negli anni 2012-2013, da cui risulta l’arretratezza del nostro paese rispetto alla media europea. L’Italia è ultima nella diffusione delle reti ultraveloci (con velocità superiore ai 30 Mbps), utilizzate da appena il 20% della popolazione, contro il 50% della media dei paesi europei, e lontana dagli obiettivi fissati a livello comunitario (copertura dell’intero territorio nazionale con connessione a 30 Mbps e del 50% con una connessione a 100 Mbps, da realizzare entro il 2020).

Quali sono le cause di questo divario notevole rispetto al resto d’Europa?

A causa della distribuzione territoriale della popolazione, meno concentrata rispetto ad altri paesi, e dei vincoli di carattere artistico e storico, la realizzazione delle infrastrutture risulta molto onerosa.
Il governo Renzi ha inserito alcune norme, volte a migliorare la situazione, nel cosiddetto decreto Sblocca-Italia, in cui è prevista la concessione di sgravi fiscali alle società che investono in aree “a fallimento di mercato” (credito d’imposta Ires e Irap del 30%) e permettendo, in alcuni casi, l’installazione aerea delle infrastrutture.

La svolta vera e propria per combattere il Digital Divide si dovrebbe avere con il piano Banda Ultra-Larga 2014-2020, che consentirà al nostro paese di raggiungere gli obiettivi fissati a livello comunitario, intervenendo in maniera sussidiaria rispetto agli investimenti delle società private del settore, che finora hanno assicurato esclusivamente la copertura del 70% del territorio con infrastrutture che consentano di raggiungere una velocità di 30 Mbps. Con il piano Banda Ultra-Larga il governo dovrebbe assicurare la copertura totale del territorio con infrastrutture a 30 Mbps, e l’installazione della cosiddetta Banda Ultra-Larga (che utilizza infrastrutture in fibra ottica e permette di raggiungere una velocità compresa tra i 30 e i 100 Mbps), a vantaggio del 50% della popolazione. La spesa complessiva dell’intervento è stimata in 7 miliardi di euro, reperibili in parte con fondi comunitari. I dettagli del piano verranno svelati con la consegna alla Commissione Europea, prevista per fine ottobre.
L’azione del governo permetterà a tutti i cittadini italiani di avere una connessione funzionante ma potrebbe riproporre il problema in futuro, con un notevole digital divide tra chi si trova in una zona coperta dalla banda Ultra-Larga (fino a 100 Mbps) e chi invece dovrà accontentarsi di una velocità di 30 Mbps.

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